La Sapienza – non dimentichiamolo – è l’università più grande d’Italia: oltre 130.000 studenti e più di 4.000 docenti nel 2010, numerose sedi e non meno problemi. Eppure l’attenzione verso i social media e il web 2.0 è scarso. Con qualche eccezione ovviamente.
Inutile dire che Facebook e Twitter, ma i social in genere, sono i padroni dell’evoluzione digitale di questo immediato futuro: in molti l’hanno capito, dalle aziende ai singoli cittadini. Si tratta di pubblicità gratis, visibilità universale, relazioni attive e immediate con il pubblico. Eppure la Sapienza, l’università dove il futuro dovrebbe essere passato (come recita il motto: “Il futuro è passato qui”), forse ha deciso che il presente non la riguarda.
Facebook, la rete sociale con 800 milioni di utenti, ha visto registrarsi la Sapienza (con la pagina ufficiale, in realtà non semplice da distinguere da quelle create dagli studenti) solo nel febbraio di quest’anno, per pubblicare generalmente bandi pubblici ed eventi istituzionali. Ci sono anche il Ciao (dove si fa un bel po’ di lavoro, cercando di rispondere alla richieste più comuni) e il suo omologo per stranieri Hello, le tre principali istituzioni culturali (l’opera antica del Theatron e i concerti di Iuc e MuSa) e la Fondazione Roma Sapienza. Su Twitter invece la situazione è tragica: oltre all’unico profilo istituzionale e a quello del Ciao, esistono solo il Cattid (il centro ITC della Sapienza, almeno loro) e l’Ufficio per la Valorizzazione Patrimonio, a ragion veduta. Resiste strenuamente Radio Sapienza, dopo gli infelici eventi che hanno portato alla chiusura della nostra sperimentale web radio. Per quanto riguarda i docenti, si contano a malapena su due mani quelli che impiegano i social network per comunicare con studenti o colleghi.
Le possibilità fornite dal web – soprattutto quello interattivo, mediatico, comunica(t)tivo, insomma il web 2.0 – sono semplici e gratuite, e non è più giustificabile l’assenza di una grande università come la Sapienza in questo settore. Certamente contribuirà l’età avanzata del corpo docente – ma comunque i ricercatori dove sono? – e una certa diffidenza d’Accademia nei confronti della divulgazione e della comunicazione on line, ma se vogliamo guardare al futuro (che in realtà è già parte del presente) l’indirizzo da seguire è un altro. Si potrebbero condividere intere dispense on line, pubblicare i video delle lezioni, comunicare immediatamente coi propri studenti e trasmettere in diretta le conferenze scientifiche. Eppure docenti e studenti si relazionano tra loro come venti, trent’anni fa.
Non è una questione di soldi né di divario digitale, o altro: si sente a malapena parlare di open source, crowdsourcing, cloud computing, open data. Se il Rettore è consapevole dell’importanza dei social network – lo diceva nel giugno scorso, durante il lancio del nuovo sito web della Sapienza- ma nessuno li usa (a cominciare da lui), forse andrebbe imposta una riflessione.
A maggio l’università di Torino ha creato una versione “mobile” del proprio sito (e su Facebook chiede agli studenti cosa ne pensano). Noi abbiamo docenti di ruolo che non usano la posta elettronica.
Autore: Simone Massi
Email: simone_massi@yahoo.it

