L’esperienza del Museo dell’Arte Classica è, a tutti gli effetti, un’esperienza plurisensoriale.
Non solo vedi ma, se ti fai furbo, senti, studi, interagisci, ami e odi. Perché nelle grandi sale troverete, oltre alle suddette statue, tavoli e sedie in quantità (solo se ti alzi all’alba) lì disposti per il benessere di noi studenti, che possiamo bivaccarci tutto il giorno creando amicizie di una vita, amori impossibili e tesi brulicanti di copia e incolla.
Chi, per ragioni più o meno ovvie, non ha voglia né di amare, né di socializzare, né di studiare, può (addirittura) fantasticare. Nello spazio reale di riproduzioni in gesso di opere classiche, tra un De Mauro e un Giulio Carlo Argan, si può lasciar andare la mente. Le statue, che sempre copie sono e quindi appaiono meno rispettabili delle originali, possono essere reinterpretate a piacimento.
E allora se siete malati di Nba (io sì) quella bella fisicata che lascia vibrare il sacro pugno nell’aria, altro non è che il Paul Pierce di gara 4 delle finals 2010, che con lo stesso gesto slanciato colpisce la mandibola del povero arbitro.
Qualche metro dopo se ne sta sdraiato, mogio mogio, un bell’uomo: altro non è che Steve Nash, che cerca sollievo per quella schiena malandata per i troppi assist (passaggi) che c’ha fatto vedere negli anni, e che, pure sciancato, noi l0 amiamo il canadese. Vi sfido a trovare la sua copia!
Svoltato il corridoio, c’è una statua gigantesca di un barbuto dall’addominale che manco Cristiano Ronaldo; più lo vedi, più non puoi che dire che quello è Phil Jackson. Undici titoli e ho detto tutto.
In fondo al corridoio, vicino ai bagni sempre rotti, c’è una donna assai piacente che si culla un bambinetto, proprio come fece, in tempi più recenti, il mai troppo rimpianto Allen Iverson al povero Tyron Lue.
Se poi non vi siete persi nelle metafore ardite, ve ne lascio una per saluto: non proprio una statua, ma un bassorilievo d’altri tempi con tre saggi seri che si danno la mano. Chi son quei tre? Banale. I Big Three, quelli veri, verdi e belli come il sole mentre si stringono la mano per dar vita a quella stagione che a Boston ancora si raccontano nei bar. Trovati?
Ma a noi, qui a Roma, ancor meglio nella Città Universitaria, sede del sapere critico, che ci importa dei canestri d’oltreoceano?
Non lo so e non lo voglio sapere, però la mente qui vaga che è un piacere e se te nelle statue ci vuoi vedere il Capitano della “Magica” o l’espressione grave di Karl Marx, io non so che dirti se non: vai collega, fantastica, e che il naufragar ti sia dolce in questo mar (di gesso).
Autore: Marco D’Ottavi
Email: mar.dottavi@gmail.com
E per darvi altre prospettive della Gypsoteca, ecco una serie di foto che ne raccontano l’atmosfera. L’autore è Daniele Cavalieri.


