Alle 11 del mattino di venerdì 18 maggio nell’aula A del dipartimento di Geografia – facoltà di Lettere e Filosofia – si è svolto un incontro tra studenti della Sapienza e Daniele Vicari, regista di DIAZ, film-documentario sulle violenze, per lungo tempo taciute, commesse dalla polizia nei confronti degli occupanti della scuola elementare durante il G8 di Genova. Violenze che sono recentemente riemerse per via della nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di Giovanni De Gennaro, capo della polizia italiana in quel periodo, poi prosciolto nel 2011 dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza nelle indagini inerenti appunto ai fatti della Diaz.
“Il film nasce dalla conclusione del processo di primo grado – ha esordito il regista dopo la fine della proiezione del backstage, una filmato pieno di immagini molto dure – sarebbe stato praticamente impossibile attribuire alla polizia italiana i fatti avvenuti nella Diaz e a Bolzaneto senza il supporto degli atti del processo. Senza questo punto di riferimento il film sarebbe potuto essere censurato, bloccato, accusato di attribuire responsabilità non veritiere alle forze dell’ordine. Grazie ai processi, alla quantità di prove raccolte dai PM e le testimonianze è stato possibile non solo condannare alcuni poliziotti e dirigenti della polizia italiana, un caso più unico che raro in Europa, ma anche raccontare questi fatti così terrificanti facendo riferimento ad una documentazione precisa.”
I verbali dei processi non sono solo stati usati per assicurare la maggiore veridicità possibile, ma anche per poter scegliere i personaggi e gli episodi più significativi e intrecciare le loro storie “secondo le traiettorie tracciate nel corso dei processi”, creando un “racconto corale, senza protagonisti.”
Anche col supporto della documentazione fornita dai processi, però, girare questo film non è stata un’impresa facile; tant’è che Vicari sottolinea che il film è stato girato quasi interamente al di fuori dei confini italiani.
“Produrre Diaz in Italia sarebbe stato impossibile – ha ammesso il regista - trovai dei produttori, ma quando questi tentarono di vendere i diritti alla TV si trovarono di fronte un muro e abbandonarono l’idea. Purtroppo in Italia, un paese con un tale controllo centrale sui mezzi di comunicazione, certe cose faticano a passare; e, per evitare problemi, scatta un meccanismo di autocensura.“
Ma a suo parere Diaz dimostra che superarlo non è impossibile e che dovrebbe, anzi, essere normale. “Il modo migliore per dare un messaggio democratico è la normalità. Come i ragazzi a Francoforte in questi giorni – ha detto Vicari – che vengono arrestati senza motivo mentre manifestano pacificamente, ed è una sconfitta per i poteri forti; perché quando vengono ripresi e la gente li vede in televisione, gente tranquilla con la faccia pulita ed una forte consapevolezza del significato della parola democrazia, diventa difficile farli passare per criminali, delinquenti, teppisti. La gente vede persone normali che esercitano un loro diritto e per questo vengono arrestati e trattenuti; ecco, è questo che intendo quando dico che la nostra normalità è il modo migliore di manifestare. Nei colleghi che hanno guardato il mio film ho visto un’offensiva incredulità, incredulità perché un film del genere è stato fatto; trovo inaccettabile la loro incredulità, perché dovrebbe essere un fatto assolutamente normale. Dopo i fatti del genere siamo stati incapaci di far capire al mondo la gravità di quanto è successo, ma adesso qualcosa si sta muovendo.”
Certo, è dovuto passare del tempo prima di poter realizzare questo film.
Alla domanda di un ragazzo su quale potrebbe essere un tema attuale di cui si potrebbe parlare tra dieci anni, Vicari ha soppesato la risposta per qualche momento. “I CIE – ha detto alla fine – i Centri di Identificazione e di Espulsione. Lì i diritti sono sospesi proprio come lo sono stati alla Diaz: si è alla mercé dei funzionari. La cosa più agghiacciante è come la società civile li tolleri. Non è una sorpresa, però: pensate solo che noi tutte le mattine ci alziamo senza pensare al fatto che siamo, ormai dagli anni Novanta, un paese in guerra, e che i nostri soldati tornano nelle bare avvolti da un silenzio assordante.”
L’indifferenza non è, però, una pecca solo italiana.
“Gran parte dei ragazzi alla Diaz erano stranieri, eppure nessun paese tranne l’Austria (dove il secondo partito politico era quello di Haider, dichiaratamente nazista) avanzò proteste per il modo in cui i loro concittadini erano stati trattati. Pensate, il nazista Haider che protesta per il trattamento ricevuto dai suoi concittadini anarchici mentre nessun altro prende le difese dei propri. C’è da riflettere.”


