Qualche racconto sul passato (“ho sempre saputo che il mio destino era la moda”), qualche considerazione sul mercato del lavoro (“si deve tornare a fare gli artigiani”) e un occhio sempre puntato sul futuro (attraverso il supporto delle realtà artigiane e la creazione di una scuola romana che formi i giovani e permetta loro di emergere): tutto questo è stato il pomeriggio che Silvia Venturini Fendi, creative director accessori, uomo e bambino per Fendi e presidente di Altaroma, ha trascorso con gli studenti della Sapienza nel seminario di chiusura del ciclo “I professionisti della Moda”, organizzato dal corso di Scienze della Moda e del Costume.
Venturini Fendi è accolta dalla platea di studenti d’eccellenza (i seminari, a numero chiuso, sono infatti riservati agli alunni più meritevoli) con grande entusiasmo e quando comincia a parlare e raccontare della sua vita e della sua carriera non vola una mosca: tutti prestano massima attenzione a colei che ha creato borse i cui nomi sono diventati sinonimo di una forma, un modo, uno stile. Fendi comincia a parlare della sua infanzia e ammette: “Io non sono come voi, non sono mai stata una studentessa modello, non sono andata all’Università, anche perché ce l’avevo in casa. Da piccola trascorrevo ore in atelier, ero sempre tra i piedi, ma avevo capito fin dall’inizio che c’era qualcosa che avveniva, e che quel mondo mi apparteneva”. Prosegue il racconto, va avanti con gli anni e quando inizia a parlare di un certo “Karl” qualche brusio in sala si crea: si tratta di Karl Lagerfeld, che comincia a collaborare con la maison Fendi nel 1965 segnando “la più duratura collaborazione tra una casa di moda e il suo creatore” e scardina alcuni “diktat” nel settore delle pellicce che diventano, sotto la sua direzione creativa, da status symbol a capo pret-a-porter.
Poi Silvia Venturini Fendi, incalzata dalle domanda di Sofia Gnoli, che ha condotto il seminario, torna a parlare di sé, in particolare della sua creazione più famosa e che sta per essere anche celebrata con un libro: la borsa Baguette, “la prima borsa ad avere un nome proprio, perché prima le borse ricevevano il nome del personaggio che le indossava”. La Baguette, afferma la sua creatrice, “è nata da una disubbidienza: mi chiesero di fare una borsa minimal, perché eravamo negli anni novanta, quindi pieno minimalismo, ma io feci la Baguette che è l’esatto opposto: una borsa giocosa, unica perché ogni versione è diversa dalla precedente, completamente fatta a mano”. E infatti la Baguette ebbe (ed ha) un successo enorme, alcuni artisti si sono addirittura prestati a creare edizioni limitate della borsetta che, a dire della sua creatrice, “si vende proprio come il pane e fu un piccolo shock per tutti”.
Nell’incontro non manca qualche considerazione sulla situazione economica d’oggi, e sul mercato del lavoro. Fendi indica come strada quella dell’artigianato: “Si deve tornare a fare gli artigiani. Mancano persone che sappiano conciare la pelle, che sappiano tornare a fare il lavoro che facevano i nostri padri e che ha reso la moda italiana grande nel mondo”. Il mercato della moda è super concorrenziale, inondato da un fast fashion “caotico e soffocante”, e le grandi aziende per sopravvivere devono fare molta attenzione a “conservare l’Heritage e il dna del proprio marchio”. E il dna di Fendi è quello della lavorazione della pelle, da dove tutto è cominciato ai primi del novecento. Però, avverte Fendi, tra i giovani non c’è più la cultura della pelle: “Ormai tutti sono così abituati alla plastica – afferma Fendi – e alle borse fatte in serie che quando i giovani vedono un cuoio che col tempo cambia colore o una cucitura non perfetta, perché fatta a mano e non con le macchine, pensano che sia un difetto anziché un pregio”.



