Incontrare una bellissima ragazza senegalese e trascorrerci del tempo parlando di emigrazione, studio e integrazione culturale, è stata una vera occasione. Lei si chiama Mariata Diop e racconta a Work in Sapiens la sua esperienza da studentessa italiana.
Cosa rappresenta l’Italia per te?
La nuova generazione di emigranti africani, di cui faccio parte, è nata in Italia ed è italiana. Mi chiamo Mariata Diop, sono senegalese e studio Giurisprudenza alla Sapienza.
L’Italia, il mio Paese adottivo, ha iniziato a conoscere l’immigrazione africana dagli anni 80: poi si è sviluppata maggiormente negli anni 90. Prima l’Italia non era tra le mete ambite, ma rappresentava solo un transito verso la Francia o l’Inghilterra, che conoscevano l’emigrazione africana già dai tempi coloniali.
Il fenomeno migratorio degli ultimi tempi invece, quello che ho avuto modo di vivere io direttamente, è molto cambiato. Negli anni, molti emigrati hanno iniziato a stabilirsi in Italia, perché trovano le condizioni adeguate per costruirsi un futuro adeguato. Sia per gli italiani che per gli emigrati africani si è trattato di un fenomeno del tutto nuovo.
La maggior parte degli emigrati ha poi portato con sè anche la propria famiglia, dando vita così a nuove generazioni di emigrati e a parte di quella che oggi si definisce l’Italia-multietnica.
Come vivono le nuove generazioni di emigrati?
Noi sentiamo vive due culture: quella italiana e quella del nostro Paese d’origine (nel mio caso quella senegalese). Non sempre ci risulta facile far convivere le due culture senza trascurare l’una o l’altra, ma quelli che ci riescono, e io credo di farne parte, riescono ad avere una maggior apertura mentale e a far interagire entrambe le culture per portare in Italia un po’ del loro Paese d’origine, e nel loro Paese d’origine un po’ d’Italia.
Raccontaci come è vivere “questo un po’ e un po’”?
Quando mi si chiede se sono integrata, penso sempre che questa domanda sia una specie di controsenso e mi limito a sorridere. Se, chi mi pone la domanda “come ti sei integrata?”mi vedesse come un’italiana non mi chiederebbe se sono integrata. Del resto, quale italiano chiederebbe a un altro italiano se è integrato? Noi, nuove generazioni di emigrati, ci sentiamo parte dell’Italia, abbiamo studiato in Italia, lavoriamo in Italia, allora perché ancora spesso siamo visti come stranieri?
Cosa genera a tuo avviso questa “confusione”?
Il problema di noi “emigrati” (uso le virgolette, in quanto non mi sento una emigrata, sono in Italia da 18 anni, ma gli standard attuali ancora ci definiscono così) è che non solo siamo degli emigrati in Italia, ma lo siamo anche nei nostri Paesi d’origine: anche lì non veniamo considerati africani, ma veniamo definiti “ospiti” che prima o poi faranno ritorno al Paese in cui siamo emigrati.
È l’uomo che ha creato le barriere tra un Paese e l’altro evidenziando il concetto di diversità. Se ognuno di noi invece di vedere le diversità iniziasse a percepire gli aspetti in comune non ci sarebbe più questa paura del diverso, ognuno sarebbe cittadino del mondo. Integrazione vuol dire conoscere, amare e rispettare il Paese in cui si emigra.
Quale aspetto pensi possa essere migliorato?
Spesso molti emigrati arrivando in Italia, pensano di poter seguire molte delle tradizioni o modi di pensare dei loro Paesi, non congruenti con il modo di vivere italiano, e quindi non si avvicinano alla cultura italiana, quando invece dovrebbero farlo. “Aprirsi” non vuol dire dimenticare le proprie origini o adeguarsi completamente, ma significa cercare di capire la cultura del Paese in cui si vive e far comprendere agli altri la propria.
Penso che ogni emigrato debba rispettare la cultura, gli usi e costumi del Paese in cui si trova, e adeguarsi alle regole del vivere locali pur senza dimenticare le proprie tradizioni, le proprie origini e la propria lingua. Ogni straniero può portare nuovi usi, ogni Paese ha la sua storia e la sua cultura e devono essere rispettate. Il rispetto deve essere reciproco. Non ci può essere integrazione se si cerca di riunirsi solo con gente del proprio Paese d’origine, ma è neccessario conoscersi e farsi conoscere. Ognuno può arricchire l’altro, nel sapere, nella cultura, nei modi di vivere.
Questa è integrazione!
Come è vista secondo te l’Africa in Italia?
L’Africa, in particolare, non è molto conosciuta. Spesso se ne sente parlare solo come il continente più povero e per problemi sociopolitici; ci si è abituati a vederla solo nei reportage e nei documentari che mostrano anche alle nuove generazioni una visione stereotipata.
Ho notato che nella maggior parte delle scuole, si studia superficialmente: non vengono approfonditi i grandi leader come Mandela e Sankara, i poeti africani o gli intellettuali. Pochi ne conoscono la storia, si tenta di abbozzarla in poche vicende dove l’Africa non è stata trionfatrice.
Ho visto anche che i figli degli emigrati studiano nelle classi insieme agli italiani, questo sta portando sia i genitori, che i figli a voler conoscere meglio “lo straniero”.
Chi è lo studente africano che desidera studiare in Italia?
Sono davvero molti i giovani africani che arrivano in Italia per motivi di studio, specialmente nella Capitale. Alla Sapienza per esempio, si possono incontrare molti immigrati africani: quelli che ho conosciuto personalmente vengono dal Congo, dall’Angola, dal Cameroun, dal Marocco, dall’Algeria e dal Senegal. Lo studente africano vede Roma come una capitale multietnica, capace di far interagire molte culture: basta infatti andare in giro per coglierne i tratti etnici, gli odori e i sapori. Lo studente africano è volenteroso, curioso e determinato.
Come vedi la nostra Università?
La Sapienza sta diventando sempre più multietnica. Il cammino verso una vera e propria integrazione è ancora lungo, ma proprio qui colgo dei cambiamenti positivi: vedo studenti italiani e stranieri interagire per avvicinarsi l’uno all’altro; vedo italiani cimentarsi con qualche parola di africano insegnato da amici; vedo africani che si aprono e vogliono conoscere la cultura italiana. Per fortuna sta sfumando lo stereotipo dell’africano povero, ignorante o solo in cerca di lavoro. Ora si conosce l’africano che viene in Italia per studiare e l’africano che è italiano, come me. Vedo l’inizio di un vero processo di integrazione.
Cosa ti auguri Mariata?
Vorrei che tutti riflettessero su come solo l’uomo ha creato le barriere con altri uomini, ma umanamente queste “recinzioni” non dovrebbero esistere; ognuno dovrebbe essere libero di lavorare, studiare dove vuole, senza leggi particolari a discriminazione dei Paesi cosiddetti sottosviluppati; ognuno dovrebbe essere libero di costruirsi dove vuole il proprio futuro.
La scuola e l’università sono esempi d’integrazione, dove si inizia a voler conoscere aldilà degli stereotipi, incontrando le persone da vicino e rapportandosi con esse. Questo è il primo motivo di occasione e di vero incontro. E ringrazio Work in Sapiens per questa possibilità.



Questo tema mi è molto a cuore,le nuove generazioni hanno voglia di conoscere e di farsi conoscere. Spesso si ha paura e si tende a giudicare soltanto ciò che non conosciamo. Impariamo a cercare le parti in comune, ad aprire i nostri orizzonti, solo così saremo Cittadini del Mondo. Grazie Tiziana,grazie Work in Sapiens!
Cara Mariata, le cose che dice sono tanto vere quanto belle. L’eesere figlia di due culture diverse ti rende molto più aperta, sensibile e tollerante. Ti ho conosciuta sui banche di scuola ed anche allora avevi molto a cuore il tema dell’integrazione e della multiculturalità. Del resto questo tema è stato al centro del tuo percorso agli Esami di Stato. Un abbraccio grande con tanto affetto.
Love.
Your English teacher